Fortuny

Antonia S. Byatt

Eravamo a Venezia in aprile, e io ero ebbra di luce acquamarina. É una luce impalpabile, che gioca con le superfici mobili e scure dei canali, che luccica sulla pietra e sul marmo fondendoli insieme con molteplici sfumature, sempre acquamarina. Sperimentavo una bizzarra sensazione. Ogni volta che chiudevo gli occhi – e lo facevo sempre più spesso,  deliberatamente – vedevo un verde molto inglese, molto più giallo, un amalgama di luce scintillante su prati rasati e di pastosa luce verde dei boschi inglesi, una luce che svanisce dentro tronchi nodosi, guizzando tra le ombre di strati di foglie estive. Eravamo a Venezia per visitare i musei civici, e a me interessava molto Palazzo Fortuny, l’abitazione di un artista di cui non sapevo quasi nulla se non che è l’unico artista vivente citato da Proust nella Recherche du Temps Perdu. Mi interessano sempre di più le figure poliedriche e ho sempre ammirato coloro per i quali vita e attività artistica sono tutt’uno. E col passare del tempo cresce il mio interesse per gli artigiani – soffiatori di vetro, vasai, tessitori-. Anche i miei antenati erano artigiani, vasai nelle città inglesi della ceramica, le Cinque città dello Staffordshire. 

Col passare del tempo, inoltre, mi sono resa conto che la mia scrittura – fantasia e pensiero – inizia con un istante in cui d’un tratto mi accorgo che due cose a cui avevo pensato separatamente sono parti dello stesso pensiero, dello stesso lavoro. Io penso, forse fantasiosamente, che l’eccitazione sia l’eccitazione dei neuroni nel cervello, che attiva le sinapsi che connettono la rete di dendriti, due movimenti che diventano uno. Ogni volta che pensavo a Fortuny nel chiarore acquamarino, mi ritrovavo a pensare anche a un inglese, William Morris. Usavo Morris, che conoscevo, per capire Fortuny. Usavo Fortuny per reimmaginare Morris. Acquamarina, verde dorato. Prati inglesi, canali veneziani. Quando sono tornata in Inghilterra e ho cominciato a pensare a Morris, visitando musei che erano state le case in cui aveva vissuto e lavorato, chiudevo gli occhi e trovavo la mia testa piena di luce acquamarina, acqua che scorre nei canali, l’oscurità del Palazzo Orfei.

Mariano Fortuny era nato a Granada nel 1871. Suo padre, Fortuny y  Marsal, era un insigne pittore, e anche sua madre, Cecilia de Madrazo, apparteneva a una famiglia di artisti, architetti e critici. A soli trentasei anni, Fortuny y Marsal morì di malaria. Le sue collezioni di ceramiche, armature, stoffe e tappeti, al pari dei suoi dipinti e incisioni furono una componente essenziale della vita e dell’opera di Fortuny. Nel 1889 la famiglia si trasferì a Venezia  almeno in parte perché Fortuny era allergico ai cavalli e soffriva d’asma e di febbre da fieno. A Venezia vissero a Palazzo Martinengo sul Canal Grande fino a quando, nel 1899, Fortuny acquistò il Palazzo Pesaro Orfei.

Siamo andati al Museo Fortuny, nel Palazzo Pesaro degli Orfei, in una primaverile giornata di sole. Fortuny comprò il palazzo alla fine del XIX secolo – nel 1899 ci lavorava già – e vi si trasferì con Henriette nel 1902. Costruito a metà del ‘400, il palazzo non affaccia su un canale, bensì tra Campo San Beneto e Rio di Ca’ Michiel. Ammirato da Ruskin per la sua eleganza “mascolina”, presenta due complesse facciate sul campo e sul rio, con file di grandi finestre a colonnine – con vetri a fondo di bottiglia – corti interne e loggiati, dove cresce una robusta wisteria. Quando Fortuny lo vide per la prima volta, era già tramontata l’epoca d’oro in cui aveva ospitato importanti collezioni di quadri, ed era stato diviso in modestissimi appartamenti d’affitto – quando Fortuny traslocò nelle sue prime due stanze, nel palazzo lavoravano trecentocinquanta artigiani e altri. Fortuny acquistò un numero sempre maggiore di vani, pezzo a pezzo, e riuscì infine a restaurare gli ambienti originali veneziani all’interno dell’edificio. Essi consistevano di due vasti porteghi – uno al pian terreno e uno al primo piano  – con sopra enormi solai. Un portego è un lungo salone con piccole stanze alle due estremità, dove si lavora. I Fortuny vivevano e lavoravano nel portego al primo piano. Al secondo piano c’era il laboratorio dove più di cento operai tessevano sete e velluti, e cucivano i meravigliosi abiti. Quando ci siamo entrati per la prima volta, sono stata abbacinata dall’oscurità: le pareti erano scure, le stanze erano scure, e sulle pareti il baluginio, il luccichio dei quadri e dei tessuti di Fortuny. Ricordo che quando andai al Topkapi di Istanbul le guide mi spiegarono che questa era la ricchezza di una cultura originariamente nomade che prediligeva tappeti, arazzi e oggetti che si potevano spostare, piegare, riutilizzare. Anche gli ambienti del museo Fortuny sembrano avere tale caratteristica, araba o orientale. Mi ha fatto piacere leggere che un inverno, per proteggere dal freddo se stesso e il suo lavoro, Fortuny installò nel  portego un gigantesco tendone.

 L’interesse di Fortuny per le stoffe nacque dalla ricca collezione di tessuti antichi che sua madre conservava in un baule. Di tanto in tanto lo apriva per mostrare agli ospiti tinte, disegni e tessiture strabilianti. Guardando il portego di Palazzo Fortuny, si vede tuttora l’influenza di quella mutevole  ricchezza – è nello stesso tempo uno spazio espositivo e un luogo vivo, con opere d’arte e artigianato, a volte con modelle che si drappeggiano addosso gli abiti di Fortuny, a volte con paraventi o panche su cui sembra che quelle stoffe meravigliose siano state buttate distrattamente. Pensare al Museo Fortuny significa pensare alla luce. Luce riflessa dalle sete e dai velluti  – e dai corpi  – luce sull’acqua e sulla pietra, luce impalpabile, luce pastosa, luce con pressoché infinite sfumature  di colore. 

 

Antonia Susan Byatt è una scrittrice e critica letteraria inglese. Ha vinto numerosi premi, specialmente per il suo romanzo Possessione. Una storia romantica

 

 

- Traduzione in italiano di Anna Nadotti -