I piedi della Vergine

Giovanni Montanaro

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Non avevo mai visto i piedi della Vergine Maria. Da distante non si notano, non si possono osservare. Sono all’ombra, scuri. Sono piedi veri, che hanno camminato, che si sono sporcati nelle strade della Palestina; piedi di una donna che ha partorito, vissuto quaggiù. Vedere i piedi di una persona è un’intimità, una vicinanza. Anche con la Vergine. Per scoprirli bisogna attraversare scalette ripide, pioli e assi. Tutto cigola. Mi trovo alla Basilica dei Frari, una delle chiese più importanti di Venezia. L’Assunta di Tiziano, un celebre quadro che ha quasi cinquecento anni, è in restauro; uno scheletro di metallo l’abbraccia e la protegge. Da sotto il dipinto non si vede quasi più, ma se si ha la fortuna di salire sull’impalcatura ci si arriva vicino. Così vicino, l’Assunta l’ha vista solo il pittore e pochi altri. Non è fatta per essere vista da questa posizione. Ma è un corpo a corpo straordinario; fatto di dettagli ma anche di spazio, del cielo che le sta dietro e che da lì, da una tela, si spalanca. Lo sguardo della Vergine è dolce, potente. Nelle pupille, Tiziano ha fatto due segni bianchi, a dare luce, prospettiva allo sguardo. La luce. La luce sale. Per arrivare a Dio, bisogna salire ancora un piano. Anche Dio si raggiunge aggrappandosi a tubi, scalette, pezzi di legno. Ma io mi fermo. La Madonna mi ferma. Eccola, la donna della Palestina che è stata una ragazza scelta da Dio. Di cui Dio si è innamorato. La teologia cattolica dice che Maria non muore, viene assunta in cielo, anima e corpo. Ha un destino unico. E quel quadro è la salita, Maria che si stacca da terra sopra una nuvola. La sua divinità è in quello sguardo umano, in quella carne che si è affaticata su questa terra ma che – come ogni donna – ha ancora la forza per quell’ultima cosa da fare. Si sta per ricongiungere con il corpo del Padre. Con chi l’ha amata. I tre livelli del quadro sono legati tra di loro, da gesti impercettibili, dita, sbuffi di nuvole, cherubini. Al piano di sotto ci sono gli apostoli; i modelli sono i pescatori della laguna di Venezia. Anche loro sono uomini energici, veri. È necessaria la loro forza fisica, le loro braccia sono indispensabili per spingere la Vergine al cielo. È un quadro fatto di volti veri, santi senza aureole, santi nel senso della fatica, della verità della vita. Per questo è un quadro unico, sconvolgente. Si racconta che il priore che lo ha commissionato ne fu sconvolto; un quadro così moderno, così vivo, così umano non si era mai visto. Distante da tutta la pittura veneziana precedente, fu un vero choc. Si racconta che quel priore ha avuto la tentazione di rifiutare l’opera, troppo sconvolgente rispetto a un Vivarini, ma anche diversa da un Bellini, che pure è un pittore gigantesco. Hai uno choc, a vederla da vicino. Viene voglia di abbracciarla, quella Vergine, di accarezzarle la guancia, di osservare quella pelle dove c’è tutta la gravidanza, la sofferenza della morte di un figlio, ma anche la gioia per l’assunzione, per la morte che non è fine, secondo i cristiani e tutte le religioni. Già, il tempo. Ci sono dei piccoli riquadri sulla tela, piccoli quadrati opachi. La tavola non sta subendo un restauro, viene solo ripulita. Sono quasi quarant’anni che nessuno lo fa più, mi spiegano, e in questi quarant’anni c’è stata umidità, lavori al campanile, polvere, polvere, polvere. C’è una bella differenza tra il quadrato opaco e il resto del quadro. Tra pochi giorni, svaniranno anche quei quadrati. È bello e terribile che il tempo passi; Venezia ne è la prova. Il tempo dà bellezza e la toglie, dà prestigio e fine. È bello pensare che sui quadri si formi polvere, che non siano immortali, che anche loro finiscano, che sia una fortuna poterli osservare oggi e non è detto che ci saranno per sempre. È divertente pensare che per salvarli hanno bisogno di tanti chirurghi estetici che li ringiovaniscono, talvolta li fraintendono, li cambiano per sempre come il naso o le labbra di un’attrice. I quadri sono fatti di colori, ma anche di scale, pioli, ferro, mani. Mi volto, vedo la chiesa dall’alto, come non l’ho mai vista, è molto grande. È importante, ogni tanto, cambiare prospettiva sulle cose. Sentirsi parte di qualcosa di grande. Comincio a scendere le scale. L’Assunta si allontana, torna come l’ho sempre vista. Il tempo passa anche per lei. Forse. Perché in fondo è un quadro biblico, immortale. La sua grandezza sono quei volti, quei corpi che, al di là dai vestiti, potresti ancora incontrare per strada; sono le domande che lancia, che sono sempre le stesse. Il tempo che passa, la polvere che si posa, la vita; il destino misterioso e grande di ogni uomo, sempre irripetibile per ciascuno e sempre lo stesso per tutti. 

 

Giovanni Montanaro è uno scrittore italiano. Finalista al Premio Campiello del 2012 con il romanzo Tutti i colori del mondo