Sant'Erasmo

Giovanni Montanaro

La Torre Massimiliana è rosso-marrone, tonda, le linee bianche delle decorazioni di pietra, il buio delle finestre che si assottigliano, per vedere senza farsi vedere, sparare con l’artiglieria. Intorno alla Torre, il legno dei restauri che hanno recuperato l’edificio, sassi grigi e fiori giallo-rosa. Un sole che prende tutta la laguna, la fa rossa. C’è odore di acqua. Il mare è vicino, presente, subito dopo Punta Sabbioni, che un tempo non esisteva. Un tempo l’isola di sant’Erasmo, a Nord di Venezia, confinava con l’Adriatico. Poi fu fatta una diga, la terra si è accumulata, il mare è andato più lontano, si è allargata la laguna. Mi guardo intorno. Vedo quest’isola di sabbia, tettoie e finestre larghe. Vedo quest’orto ricco: radicchio, carote, pomodori, melanzane, cavolfiori, zucche, zucchine. Soprattutto, asparagi e carciofi, le castraure. C’è una chiesa moderna, a curve, e pochi negozi, qualche casa, più sentieri che strade, trattori e biciclette, poche persone. Le barche in plastica e quelle tipiche. Ci sono argini e ombrelloni. Galline. Viti, acini, uva che lascia zucchero sulle mani. C’è la sapienza dei contadini; contadini di mare, che usano i granchi maschi per concimare la terra. Sant’Erasmo è grande, la seconda isola della laguna per estensione, dopo Venezia. È bello andarci in giro, costeggiare la laguna o darle le spalle e trovarsela dall’altra parte, perdendosi nei campi. C’è spazio, che a Venezia non c’è. C’è aria, orizzonte, riposo, un’inaspettata libertà. È una sorpresa, sant’Erasmo. Non ha la grandezza di Venezia che continua a Murano, appena più industriale, non la dolcezza un po’ folle di Burano e nemmeno la sacralità di Torcello, verde e oro, pietra e rovi. È campagna che profuma di sale. Non è possibile capire Venezia senza la sua laguna, senza i pesci e le casematte, i vetri e le navi, i monasteri e gli ospedali. Senza le isole, sfugge il segreto di Venezia; la natura. Venezia è l’artificiale, sì, l’umano, l’ingegneria dei ponti storti, l’economia che stabilisce dove si vive e dove si coltiva, dove ci sono le armi e dove le merci, la bellezza di Rialto e san Marco, l’accumulo ansioso dei Frari o delle Gallerie dell’Accademia. Ma è l’umano che consegue, combatte, abita la natura intorno. Venezia è il patto tra uomo e acqua, celebrato ogni anno alla festa dell’Ascensione. Lo sposalizio del mare, un anello gettato in acqua: “Ti sposiamo, mare, in segno di vero e perpetuo dominio”. Venezia è Tintoretto e fanghi, Tiepolo e dighe, pietra d’Istria e sassi, chiese e barene, remi e ombrine. Carciofi. Se ne accorgono quelli che vengono a visitarla, che Venezia ha un suo odore che a tanti non piace. Ce ne ricordiamo anche noi veneziani, quando torniamo da un viaggio, e appena sbarcati annusiamo casa nostra. È che Venezia è dell’acqua. Come l’acqua, cambia. È cambiata nella storia. È stata tante città, dei pescatori e dei marinai, dei commerci e dei cantieri, dell’arte e del turismo. Anche le sue isole sono cambiate. A sant’Erasmo ci sono state le guerre, i genovesi che nel Medioevo si insediarono, gli austriaci che fortificarono la laguna, fecero la Torre. Ci sono stati i miasmi, i morti di peste nel 1348. E le migrazioni, popolazioni insediate per scappare dai barbari, fuggite nel 1500 per evitare un contagio, tornate nel 1800 e diminuite progressivamente, fino a meno di mille residenti, dal 1966, l’anno della grande alluvione. Ma Sant’Erasmo, da sempre, ha la sua funzione; nutrire Venezia. Qui, ancora, c’è la terra seminata, i barconi che partono all’alba per i mercati. Ed è forse per questo che anche qui – dove pure tutto sembra sospeso – si sente il tempo che passa: è per le macerie, i monasteri e i mulini che non ci sono più. Ma è anche perché qui ci sono le cose che crescono. Perché c’è il ciclo della terra, le stagioni, le cose che una grandine può distruggere. Sì, costruiamo chiese e dipingiamo tele, inventiamo barche e modi di vogare con forza, cerchiamo le cose che durano e le raccontiamo per farle durare, restauriamo le torri e coltiviamo la terra, deviamo fiumi e sfidiamo mari, ma poi siamo qui, in mezzo al tempo. Prendo il vaporetto numero 13, per rientrare a Venezia. Si va tra bricole e gabbiani, nel rosso-cupo della sera. Sullo sfondo, il cemento del Mose. Sant’Erasmo sembra non c’entrare niente con Venezia. Ma andarci non è solo una giornata diversa, una gioia insperata, la stanchezza dolce e colma di aver fatto chilometri, un modo unico di stare in mezzo alla natura e farsi un bagno senza calca. Sant’Erasmo insegna Venezia. Forse, un giorno, il mare verrà a riprendersi la città. Forse l’uomo continuerà a salvarla, forse la distruggerà lui stesso dopo averla creata. I carciofi, intanto, continuano a crescere.

 

Giovanni Montanaro è uno scrittore italiano. Finalista del Premio Campiello del 2012 con il romanzo Tutti i colori del mondo