Vedova e Lichtenstein

Alfredo Bianchini & Lorenzo Tomasin

Durante la Biennale 2013, alla Fondazione Vedova arriva Lichtenstein. Ma non è il padiglione del Principato alpino...

Già: è Roy lichtenstein, il maestro della Pop art, del quale la Fondazione ospiterà quest’anno una selezione di opere di scultura, proposta dalla fondazione newyor- kese che ne cura l’eredità artistica. Ai Magazzini del Sale, dal 27 maggio al 25 novembre, la mostra dell’artista americano si affiancherà a una nuova proposta sullo stesso Vedova. Un nuovo allestimento, mèmore di quello creato da Gae Aulen- ti, curato da Francesca Fenaroli, che per anni ne è stata la più stretta collaboratrice. Insomma, sarà anche un omaggio alla memoria della grande Gae.

È lo spirito della Fondazione: parlare di Vedova senza chiudersi solo nel suo ricordo e nella sua celebrazione, contaminare la sua arte con i linguaggi di al- tri grandi artisti del Novecento. Proporre insieme due personaggi così diversi come Vedova e Lichtenstein potrà apparire singolare.

C’è anche di più: non si tratta solo di fare belle mostre o di proporre grandi autori (sempre con l’aiuto di un grande curatore, come Germano Celant). Si tratta soprat- tutto di proporre un nuovo modo di accedere all’arte e di metterla in relazione con Ve- nezia. Quello che si potrà vedere ai Magazzini del Sale sarà solo metà della proposta della Fondazione per questo 2013. l’altra metà sarà disseminata in giro per la città.

Un museo diffuso?

Esattamente, ma in un modo diverso da quello proposto finora.

In che senso?

nel senso che per tutta la durata della Biennale, e in contemporanea con l’apertu- ra dei Magazzini al pubblico, alcune opere di Vedova saranno visibili nei luoghi- chiave della conservazione e della valorizzazione museale del passato veneziano. Cioè al Museo Correr, a Ca’ Rezzonico, a Ca’ Pesaro: nei musei civici, grazie a un accordo con il direttore Gabriella Belli che intende aprire i suoi musei a dialoghi con artisti contemporanei. Un altro progetto è quello concepito dalla Scuola Grande di San Rocco, magistralmente diretta dal Guardian Grando Franco Posocco: l’in- tento è quello di creare uno specifico incontro tra gli artisti del XX e XXI secolo con Tintoretto. Il progetto è stato concepito da Stefano Cecchetto e da Giorgio Baldo e Fondazione Vedova ha interagito e collaborato sotto la guida di Germano Celant con Fabrizio Gazzarri. 

Proprio come quando, ai tempi della Repubblica, quella stessa Scuola Grande ospitava ogni anno, e disponeva nel Campo che la fronteggia, le opere d’arte degli artisti coevi. San Rocco non è nuova, in fondo, a mostre d’arte contemporanea...

Proprio così: alla base di Vedova plurimo c’è l’idea che si possa superare la visione puramente conservativa di Venezia e del suo rapporto con l’arte. non nel senso che il suo passato vada rinnegato: anzi, con l’obiettivo di rinnovarne continuamente la lettura trasformando la città in un generatore di nuove esperienze artistiche. Acco- stare linguaggi moderni a linguaggi antichi, attrarre in laguna artisti contempo- ranei, indurli – come abbiamo fatto con Kiefer l’anno scorso – a creare qualcosa di nuovo e di originale pensato apposta per Venezia.

Aprire un dialogo tra le istituzioni veneziane dedicate all’arte?

Anche. E provare a formulare, assieme a loro, un’idea di Venezia, dell’arte e della sua fruizione: idea che, purtroppo, sembra essere mancata alla nostra città da molto tempo a questa parte.

Un’idea simile comporta inevitabilmente un ripensamento sulla vita stessa di Venezia. Sulla sua vitalità. La cultura contemporanea può offrire una chiave convincente per uscire da un’idea statica, conservativa e puramente museale della città?

Credo di sì. Grazie ai cambiamenti recentemente avvenuti nel nostro modo di vi- vere, di lavorare e di fruire delle nuove forme di comunicazione, Venezia può forse dare un nuovo senso al suo essere città “bloccata”, consegnata per sempre a strutture urbanistiche immutabili. nell’immobilità del suo paesaggio, che non ha eguali in nessuna città al mondo, può fluire oggi una nuova mobilità: quella resa possibile dalle modalità immateriali odierne del pensiero, del lavoro, dell’innovazione. Del- la cultura, anche.

Un contenitore antico e immobile per nuovi e mobilissimi contenuti?

Il miglior contenitore possibile. Per la prima volta dall’inizio dell’età contempora- nea, Venezia e le sue peculiarità storiche, urbanistiche e sociali non sono più in con- traddizione col presente, ma perfettamente integrabili con esso. Purché si ripensi davvero alla città e al suo ruolo nella cultura e nella società di oggi. 

 

Alfredo Bianchini, avvocato veneziano, è Presidente della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova

Lorenzo Tomasin è un linguista e accademico italiano