Metti le ali… e voga!

Max Bohl Jr

Il veneziano “nativo” sa come fare, perché sta scritto nel suo Dna, mentre noi forestieri, pur volenterosi, ci adeguiamo e… guardiamo, sperando, forse, un giorno, di poterli imitare: parlo della voga “alla veneziana”, di quel modo di muoversi per acqua apparentemente furtivo nella densità del traffico dei rii e dei canali. 

Venezia offre una sua speciale attrattiva: la possibilità di esplorare la città con una barca a remi. Come si impara a camminare, a Venezia si impara a remare: la voga, qui, è un navigare leggero e regolare, fatto di percorsi brevi e di qualche sosta, non troppo diverso da quel che fanno le signore veneziane doc, in calle e in campo: senza fretta, e intanto parlano, guardano e si lasciano guardare. Si può percorrere la rete d’acqua di Venezia senza affanno, lentamente: del resto, non si dice, forse, che la Laguna è fatta di “territori lenti”?

I battiti dei remi nell’acqua senza onde hanno il suono effimero dei colpi d’ala di un gabbiano: l’acqua si apre e crea minuscoli vortici, un risucchio lievissimo e quasi timido, percettibile specialmente nei rii più stretti o poco frequentati. Il battito scandisce il tempo. È un andare naturale, non meccanizzato, adatto all’ambiente, alla sua natura anfibia, aggiungendo l’eco della nostra presenza in movimento a quella dei gabbiani e della flotta frusciante.

L’andare sospesi sulle acque assume oggi lo stesso ritmo antico, quasi pensoso ma soprattutto curioso, che d’improvviso si interrompe e richiede frequenti approdi, perché così vuole il passo dell’esploratore, del Wanderer in terra incognita: Venezia come sterminata e labirintica Galleria o, meglio, come Museo a dimensione urbanistica che ti attira e ti avvolge come quel personaggio di Kurosawa che entra in un dipinto di Van Gogh… e la liquidità è una dimensione che accoglie e rende leggeri.

Venezia è disegnata e definita da infinite ramificazioni d’acqua e da una rete di vie lastricate, e su questa duplice rete si affaccia la vita, si proietta un mondo. Entriamo, dunque, in questa geografia urbana liquida, alla quale un benevolo destino ha concesso di essere fantastica pur nella sua realtà fisiologica: in questa area di pertinenza naturale e culturale, sigillata preziosamente da cielo, acque e orlature di terra ferma, le nostre barche ci portano dentro una ramificata galleria del tempo dove ci aspettano i capolavori della creatività lievitata dalle grandi maree della Storia.

Vogare è capire, specialmente a Venezia dove il percorso di fascinazione e, direi, di formazione al rispetto per tanta fragilissima beltà, tiene la città opportunamente separata dal rumore di fondo di una civiltà abbastanza convulsa da essere a volte fuori misura.

Vogare è un po’ volare. E forse è anche un modo di conoscere sé stessi e gli altri.

Traduzione di Ivo Prandin

Max Bohl jr è lo pseudonimo di uno scrittore veneto, usato con discrezione.