Rinocerontomania e dintorni

Igiaba Scego

Sudan era l’ultimo maschio di rinoceronte bianco settentrionale rimasto al mondo. L’ultimo di una specie sterminata dal bracconaggio e dalla deforestazione. Ha resistito quarantacinque anni vivendo nella riserva di Ol Pejeta in Kenya, ma intorno a metà marzo 2018 le sue precarie condizioni di salute sono peggiorate. È allora che un team di veterinari ha deciso per una pietosa soppressione. La morte di Sudan è stata accolta ovunque con sgomento. L’ONG ambientalista WildAid, però, oltre a dare la triste notizia della morte dell’animale, ha precisato che della specie sono rimasti in vita due esemplari femmina – Najin (sorella di Sudan) e Fatu (figlia di Najin) – e che in futuro potrebbero essere fecondate da campioni di sperma prelevato da Sudan. Nel caso di diversi animali in via di estinzione, è infatti prassi degli scienziati congelare lo sperma di esemplari deceduti; la speranza della fecondazione artificiale non è agevole, ma è l’unica possibilità concreta che rimane quando tutto sembra ormai perduto. Ma se in natura la specie è in pericolo, nell’arte (forse per la cattiva coscienza degli umani) è tornata la rinocerontomania. Non è raro trovare un rinoceronte in un film, come in LORO 1 di Paolo Sorrentino, dove un grosso rinoceronte tutto grigio vaga per la città di Roma, o nei giardini della Biennale di Venezia, dove l’artista taiwanese Shih Li-Jen ha allestito il suo mastodontico King Kong Rhino metallizzato proprio per attirare l’attenzione sul triste destino di questo animale. Ma non è solo la cattiva coscienza, è anche la meraviglia a giocare un ruolo importante. Molti artisti nel tempo sono stati affascinati dai rinoceronti, dando a quel corpaccione lento ed esteticamente imperfetto un significato che trascendeva l’animale stesso. Pensiamo alle spiegazioni fantasmagoriche di Dalì sul corno del rinoceronte, definito come la base di ogni elaborazione artistica: insieme forma fallica e perfetta curva logaritmica. Fellini, invece, nel suo film E la nave va fa dire nel finale ad un suo personaggio: «Lo sapevate che il rinoceronte dà un ottimo latte?». Dopo quel film anche il rinoceronte divenne una creatura felliniana e la frase, che fece scrivere fior fiore di articoli ai critici (e che molto probabilmente ha ispirato Loro 1 di Sorrentino), era un nonsense che forse non andava interpretato. Questo ci fa arrivare dritti a Ionescu, dove l’animale diventa il simbolo stesso del suo teatro dell’assurdo. Questa fascinazione però inizia ben prima di Fellini o Ionescu. Già in pieno Cinquecento erano tutti in estasi per i rinoceronti. Fu Ulisse, un rinoceronte maschio donato da un maharaja indiano al re di Portogallo Manuel I, a creare la moda. Fu il primo a solcare i mari e approdare in Europa. Va detto che il rinoceronte era ben conosciuto dagli antichi romani, ne è testimonianza il bellissimo mosaico della Grande Caccia di Piazza Armerina, ma nel medioevo già era stato dimenticato ed era spesso confuso con un unicorno. Ulisse invece fu conosciuto nella sua vera forma. Di lui rimane il muso immortalato nella roccia bianca della torre di Belém a Lisbona e la xilografia di Dürer che lo disegnò senza averlo mai visto, basandosi sulle testimonianze di chi aveva raccontato il fatto. Dürer ridiede un volto alla creatura (che morì annegata presso la Spezia) facendo un lavoro quasi perfetto, gli unici errori i peli sotto il mento e quel corno disegnato sulla schiena. Da allora si susseguirono vari rinoceronti, rapiti dal loro habitat naturale e portati in Europa come fenomeno da baraccone. La più famosa di questa schiera di poveri rinoceronti è sicuramente Clara. Anche questa rinocerontessa proveniva dall’India come Ulisse, aveva un corno solo e pesava un paio di tonnellate. Ebbe due padroni. Con il primo padrone, Jan Albert Sichterman della compagnia olandese delle Indie Orientali, aveva imparato a fare la signorina educata, tanto che prendeva il tè delle cinque, a volte da una tazza che l’eccentrico olandese le porgeva. Il secondo padrone si chiamava Douwe Mout van der Meer, era il capitano della nave Knappenhof e la portò in tournée per tutta Europa. In ogni tappa l’animale riscosse un successo clamoroso e i profitti finivano direttamente nelle tasche del capitano. Clara fu uno dei rinoceronti che visse di più in cattività e di lei ci sono rimaste numerose tracce sia nei dipinti sia nell’oggettistica settecentesca. Per Clara si parla di vera rinocerontomania. Il quadro più famoso dove è ritratta è quello di Pietro Longhi, conservato oggi al museo Ca’ Rezzonico di Venezia e commissionato all’epoca dalla famiglia Grimani. Dello stesso dipinto esiste un altro esemplare (questo senza il cartiglio con il nome dei Grimani perché la committenza era differente) che oggi si trova alla National Gallery di Londra. Clara bruca il suo fieno, mansueta, in una sorta di casotto adibito a stalla. Sugli spalti i membri della famiglia Grimani e non solo sono in maschera, perché va detto, Clara fu una delle attrazioni più amate del Carnevale veneziano del 1751. Di Clara esiste veramente di tutto: è stata ritratta da Jean-Baptiste Oudry, dal figlio di Pietro Longhi Alessandro, la si ritrova in trattati di anatomia o mentre regge improbabili orologi a cucù. All’epoca ci fu addirittura la moda della parrucca alla rinoceronte, che impazzava nella corte del re di Francia. Quindi possiamo parlare di continuità nelle rappresentazioni di ieri e di oggi del rinoceronte. La storia di Clara o gli stravaganti calcoli matematici di Salvador Dalì in fondo ci raccontano di un animale molto esotizzato e per questo forse molto perseguitato. Oggi però chi si avvicina al rinoceronte ha per fortuna voglia di denunciare lo scempio che si è compiuto sulla pelle di questa creatura uccisa per un corno fatto di cheratina, lo stesso materiale delle nostre unghie e dei nostri capelli. Non è un caso che nella sezione natura del World Press Photo 2018 abbia vinto la foto di un rinoceronte. Il fotografo Neil Aldridge ha lavorato in Botswana (dove il rinoceronte è ritratto nella moneta nazionale) con chi oggi salva i cuccioli le cui madri sono uccise dai bracconieri. Un passo importante, quello di Aldridge, verso questo animale che da secoli chiede solo di essere rispettato da noi umani.