Tre scuse per trovarsi a Venezia

Edmund de WaalI

I

Arrivo a Venezia con una scusa. Sembra importante.

Ho diciassette anni, sono apprendista ceramista e la mia prima scusa è quella di seguire le orme di John Ruskin, del quale mi sono infatuato. I suoi disegni e gli acquerelli che illustrano la grandiosa decadenza di Venezia, il lamento nostalgico per una fede perduta, per vite vissute con uno scopo si rivolgono al mio acceso desiderio di diventare un artigiano, di dialogare direttamente con il passato. Arrivo in città con il mio stoico fratello minore su un treno da Londra e voglio assolutamente utilizzare Le pietre di Venezia come guida. Prendiamo molto freddo, come capita ai pellegrini. A quasi quarant’anni di distanza, quando penso a Ruskin sento ancora un intenso freddo veneziano.

II

La mia seconda scusa è Marco Polo. Ho dedicato la mia vita da ceramista alla porcellana. Non è semplicemente un’argilla bianca bella e seducente. È un materiale che racconta delle storie, storie che si svelano e si intrecciano delicatamente come una decorazione gotica. Marco Polo nei suoi viaggi arriva in “una città ch'à nome Tinuguise”. Qui “vi si fa le più belle scodelle di porcelane del mondo; e no se ne fa in altro luogo del mondo, e quindi si portano da ogne parte” (Marco Polo, Il milione, L’unità editori riuniti 1980).

Questa citazione è la prima a parlare di porcellana in Occidente. La descrizione presenta un materiale di una bellezza senza eguali, complesso da creare, e continua sottolineando il grande numero di recipienti di questo tipo presenti in quella città. La porcellana richiede impegno e dedizione. Ma Marco Polo alza le spalle: “Or lasciamo qui, e conteròvi altre cose”.

Marco Polo ritorna dal suo viaggio con un piccolo vaso grigioverde, realizzato con questa argilla bianca, dura e liscia, un materiale mai visto prima. Ed è a Venezia che oggetto e sostantivo si incontrano e inizia la lunga storia della passione per la porcellana. Infatti, il nome di questo bene superbo, di questo oro bianco, deriva dal dialetto veneziano.

Decido, dopo anni impiegati a creare vasi in porcellana, chino sul mio tornio a dare ritmicamente forma a una palla di materia dopo l’altra, che devo capire da dove arriva la mia ossessione. Devo ritornare alla fonte. So che il vaso di Marco Polo si trova a Venezia, all’interno della Basilica, dunque è necessario che ci vada e lo trovi.

Prendo in prestito mio figlio di mezzo, Matthew, e decido di provarci. Arriviamo in fondo alla Basilica, a sinistra, dopo aver superato un vortice di turisti e venditori ambulanti che stanno attenti che non arrivi la polizia, e dopo aver attraversato le porte a vetri del Patriarcato. Qui racconto le ragioni della mia visita a un monsignore, che rimane incantato dalla storia ed è felice di suggerire una visita notturna, quando la Basilica è chiusa al pubblico. Alla chiusura veniamo guidati dall’uomo con le chiavi lungo un corridoio di marmo del Patriarcato, oltre gli spaventosi ritratti dei cardinali e poi nell’ombra, lungo le onde del pavimento di marmo della Basilica con il loro monotono luccichio, al bagliore rosso delle lampade del Santuario, fino a raggiungere il Tesoro.

La sala è piccola e con un alto soffitto a volta. Cristallo di rocca e calcedonio, agata, calici. Un reliquiario della Vera Croce con delle gemme disposte enfaticamente a ricordare i baci di un bambino. Questa è Bisanzio: questo Tesoro, il Cristo ascendente, che conquista, un oggetto dopo l’altro che viene da lontano ed è trasfigurato attraverso le abilità veneziane.

E il mio vaso è lì, in fondo a una vetrinetta, tra due porta incensi e un’icona di Cristo in mosaico. È una promessa bianca. È alto circa dieci centimetri, credo, molto meno di una spanna, ha un fregio con foglie, quattro piccoli anelli sotto il collo per fissare il coperchio, cinque incavi per le dita. Un oggetto per la memoria della mano. Non posso toccarlo. La superficie sembra grigia, irregolare e un po’ malconcia nei punti in cui è stata decorata grossolanamente. Ha fatto un lunghissimo viaggio per arrivare fino a qui.

Lo osserviamo per una decina di minuti ancora, fino a quando l’uomo con le chiavi non comincia a battere per terra con il piede. Il Tesoro viene chiuso a chiave. La Basilica è vuota.

È un inizio. Venezia è il posto giusto dove iniziare ma anche dove concludere un viaggio. Matthew è contento, io sono contento, e per festeggiare andiamo al Florian, in Piazza San Marco, e ci beviamo una cioccolata calda con i biscotti, come dei veri turisti.

III

La mia terza scusa comincia nel campo del Ghetto Nuovo. È mattina presto e mi sto godendo una tazza di caffè e il primo dei “dolci ebraici veneziani” del sacchetto. Sono un po' troppo buoni. C’è silenzio, ma riesco a distinguere il suono dell’acqua che scorre dalla fontana, i passi dei bambini sui masegni verso scuola e le serrande dei negozi che si alzano di là dal canale.

Essere qui, tornare e ritornare in questo luogo è diventata un’altra mia ossessione. La storia è nota: nel 1516 fu decretato che tutti gli ebrei di Venezia lasciassero le proprie case per vivere “uniti” nel campo vicino a San Girolamo. Ci sarebbero stati due portoni, aperti al mattino e chiusi alla sera; le guardie cristiane sarebbero state pagate dagli ebrei. Si sarebbero erette delle nuove mura e i canali sarebbero stati pattugliati da barche. Doveva essere un luogo sicuro: i veneziani sarebbero stati messi in salvo dalla contaminazione degli ebrei. Per estensione, gli ebrei sarebbero stati al sicuro dai pogrom.

Sono un ceramista, dunque Marco Polo. Sono uno scrittore, dunque il linguaggio. E mentre sto seduto qui, penso a tutte le lingue di questo luogo, il mescolarsi di registri e gerghi alti e bassi, dei dialetti parlati dagli ebrei armeni, tedeschi, fiamminghi, persiani ottomani, spagnoli e portoghesi assieme agli italiani. In questo luogo la traduzione è una costante, un banco di prova per la comprensione e le sfumature; si sentono distintamente il rumore dell’apprendimento, dell’istruzione, il dibattito, la poesia e la musica, la liturgia e l’esegesi.

Qui tutto è plurale, una storia entra in comunicazione con un’altra, creando un palinsesto di voci. Quando mi venne l’idea di intessere un’esposizione all’interno di alcuni di questi spazi, pensai ai salmi nella loro funzione di canzoni d’esilio dalla città, l’assenza onnipresente di Gerusalemme. I salmi sono canti che si muovono tra singolare e plurale, voce individuale e comunitaria, rabbia e disperazione, dal lamento alla gioia. Mi hanno dato un racconto di Rilke a proposito di un uomo anziano del Ghetto di Venezia che vuole abitare sempre più in alto: “Infine si trovarono così in alto che, quando dalla loro stanza angusta uscivano sul tetto piano, al di sopra delle loro fronti iniziava già un’altra terra, delle cui usanze l’anziano parlava con parole oscure, come salmeggiando” (Rainer Maria Rilke, Una scena nel ghetto di Venezia, EDB 2018, traduzione di Fabrizio Iodice).

IV

Chi ha bisogno di una scusa per venire a Venezia? Forse cercare problemi è un modo di tracciare delle possibilità, altri futuri e altre storie. Ho lasciato a casa il mio Ruskin; ora giro con Le città invisibili di Italo Calvino. La mia ultima scusa riguarda il fatto che questa città è la città della traduzione, della pluralità di voci, del flusso di lingue. E della stampa. Comincio a studiare le splendide prime edizioni del Talmud pubblicate a Venezia da Daniel Bomberg nel Cinquecento e poi distribuite in tutto il mondo, e quando mi accorgo di come avesse mantenuto vivi il testo e i suoi commenti all’interno di una sola pagina, comincio a pensare di dover creare una nuova biblioteca per questa città di biblioteche. Deve essere una biblioteca dell’esilio che contenga duemila libri scritti da chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o sia stato esiliato internamente.

I muri esterni della biblioteca saranno ricoperti di porcellana, applicata in forma liquida sopra a foglie d’oro sui quali ho scritto un nuovo testo, un elenco delle biblioteche perdute e cancellate del mondo. Mentre redigevo questa lista, mi sono reso conto che nello scrivere un testo sopra l’altro, con una storia che confonde quella sottostante, non sarei stato mai così vicino a Venezia.

BIO
Edmund de Waal (Nottingham, 10 settembre 1964) è un celebre ceramista e autore di Un’eredità di avorio e ambra (Bollati Boringhieri 2011) e La strada bianca. Storia di una passione (Bollati Boringhieri 2016). In occasione della Biennale Arte, de Waal è presente in città con una mostra che comprende due installazioni sul tema dell’esilio: la prima presso il Museo ebraico e la seconda all’interno dell’Aula Magna dell’Ateneo Veneto.