Un miracolo a Venezia

Maaza Mengiste

Sembra che tutto sia stato disposto per far sì che l’occhio non veda il miracolo dipinto da Vittore Carpaccio nel Miracolo della reliquia della Croce al ponte di Rialto. La miracolosa guarigione di un uomo posseduto compiuta attraverso un frammento della Croce di Gesù Cristo si perde nella confusione della quotidianità veneziana. Carpaccio spinge l’evento a sinistra della scena e lo posiziona in alto, al primo piano del palazzo del patriarca a San Silvestro. La vista deve sforzarsi per scovarlo nel mezzo dell’attività frenetica sul Canal Grande. Forse l’intenzione di Carpaccio era di costringere chi guarda il quadro a fermarsi e cercare l’episodio. Forse pensava che un evento di una tale straordinarietà non dovesse attirare subito lo sguardo. Sembra suggerirci che ci vuole uno sforzo maggiore del normale per essere testimoni di un evento simile. Quindi siamo lì di fronte al quadro, ci fermiamo e cerchiamo il miracolo finché non lo troviamo. È quindi comprensibile che un altro evento rilevante che sta avvenendo proprio davanti ai nostri occhi sparisca dalla vista. Di fronte a noi c’è un personaggio che rema lungo le acque scure del Canal Grande come se questo fosse un giorno come tanti. È un gondoliere di colore – è uno dei due presenti nel dipinto –, è vestito in abiti sontuosi e si allontana dal palazzo dando le spalle al miracolo che si sta compiendo; il suo giovane viso è rivolto verso qualcosa che non possiamo vedere, mentre il suo cliente ci fissa, si assicura che il gondoliere venga notato.

Tra il 1494 e il 1502 la Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, una delle confraternite più ricche e potenti di Venezia, commissiona ad alcuni dei pittori più stimati della città nove opere che abbiano come tema i miracoli della Santissima Croce. Ogni dipinto narrava uno dei miracoli compiuti dalla reliquia. Il Miracolo della reliquia della Croce al ponte di Rialto risale al 1494 circa. A quell’epoca, i due gondolieri di colore di Carpaccio non erano gli unici uomini provenienti dall’Africa subsahariana a Venezia. I portoghesi avevano cominciato a viaggiare in Africa occidentale nel 1440 e ritornavano in Europa con le navi cariche di schiavi africani. Queste navi ormeggiavano al porto di Venezia e scaricavano esseri umani che poi sarebbero stati venduti nei mercati di schiavi in Italia e in Europa. Molti di loro venivano acquistati da famiglie veneziane, che li impiegavano come domestici. Alcuni di questi schiavi africani diventavano gondolieri privati, l’equivalente dei cocchieri nelle altre città.

E se tu, poeta, figurerai una istoria con la pittura della penna, il pittore col pennello la farà di più facile satisfazione, e meno tediosa ad esser compresa.

Questo è Leonardo da Vinci, che ci ricorda che i dipinti possono catturare un istante in modo più completo e preciso rispetto alla parola scritta. Forse in questo caso ha ragione. Ci sono veramente pochi documenti sugli africani che popolavano la Venezia di quell’epoca. È difficile determinare chi fosse residente a Venezia e chi no leggendo semplicemente i registri ufficiali. Alcuni documenti sugli affrancamenti e sulle vendite, i verbali e gli atti giudiziari ci forniscono qualche informazione frammentaria sulla vita degli africani provenienti dall’area subsahariana, che costituivano una parte essenziale della società veneziana. Pochissimi fra loro sono usciti dall’oblio e sono conosciuti con il loro nome: Bartolomeo, Cristoforo, Zanetto, Giorgio, Marco, Maria, Zuan, ser Giovanni, Rosa, Andrea, Paladino. A parte questo, quasi tutte le informazioni sugli africani a Venezia sono andate perdute. Tutto quello che ci resta sono delle fugaci apparizioni all’interno dei dipinti: una vita umana inserita all’interno di un evento miracoloso come un ripensamento.

Sempre Leonardo da Vinci si chiede: Or guarda quale è più propinquo all’uomo, o il nome d’uomo, o la similitudine di esso uomo? Il nome dell’uomo si varia in varî paesi, e la forma non è mutata se non per la morte.

Il dipinto di Carpaccio immortala delle storie che si intrecciano durante una giornata a Venezia; eventi comuni ed eventi straordinari danno come risultato la guarigione di un uomo e altri due che remano tranquillamente verso il loro destino. Il quadro è un documento visivo che apre uno spiraglio su una discussione più ampia a proposito della vita a Venezia. Ci suggerisce un dato su cui gli storici stanno iniziando a fare luce: almeno a partire dalla metà del Quattordicesimo secolo, è esistita a Venezia una popolazione di neri africani. E alcuni di loro, forse perfino un numero significativo, erano gondolieri. E spesso erano tenuti in schiavitù, ma alcuni si guadagnavano la libertà e venivano liberati negli atti e nei testamenti dei loro padroni. E si sposavano, avevano figli, e i loro figli trovavano il loro posto all’interno della vita veneziana, italiana, europea. Carpaccio ci dice tutto questo senza usare una parola: c’erano degli africani a Venezia ed erano qui da moltissimo tempo.

Ma c’è altro all’interno di questa sala speciale alle Gallerie dell’Accademia. Basta volgere lo sguardo verso il Miracolo della reliquia della Croce al ponte di San Lorenzo. Il dipinto di Bellini, avvolto da una luce morbida, sembra un testimone silenzioso di fianco alla giornata frenetica rappresentata da Carpaccio. Sei anni dopo Carpaccio, Bellini dipinge un altro miracolo della reliquia, che in questo caso è caduta in acqua, dove diversi fedeli cercano di recuperarla. La Croce non va a fondo e così, per questo miracolo, molte delle persone che si erano fermate a guardare si inginocchiano sgomente in preghiera. Abbiamo tutta la scena sotto gli occhi, tanto che possiamo seguire quasi passo passo lo svolgersi del miracolo: dalla parte centrale verso sinistra, e poi seguendo la processione lungo il ponte fino alla fine dei gradini. A questo punto risulta semplice seguire la scia splendente di abiti bianchi e saltare verso la barca su cui si trova il sacerdote vestito di bianco, con le mani giunte, intento a guardare la reliquia galleggiante.

Possiamo quasi tornare al punto di partenza senza notare l’uomo di colore in piedi sulla scaletta di un approdo nella parte destra del dipinto. A causa della sua posizione così lontana dalla struttura circolare dell’azione, l’uomo è invisibile. Ma è lì, quasi nudo, una figura dalla pelle scura che guarda l’acqua con riluttanza; alle sue spalle una donna, probabilmente una domestica. È lei quella che ci sta fissando, con una mano protesa oltre il davanzale, forse per evitare che l’africano salti, o forse per spingerlo in acqua. Bellini ci suggerisce un’idea meno romantica di come poteva essere la vita degli africani a Venezia. Mentre i gondolieri di Carpaccio indossano indumenti eleganti e sontuosi, la quasi nudità del tuffatore di Bellini è forte, è uno schiaffo nei confronti di ogni possibile inclinazione a restituire un’idea romantica della vita degli uomini provenienti dall’Africa subsahariana in quel periodo. L’africano di questo dipinto si trova lontano dall’azione, isolato ed estraneo: marginale.

Sarebbe facile definire quest’uomo, i gondolieri e tutta la popolazione di colore che si trovava a Venezia in quel periodo come qualcosa di innaturale, un elemento non veneziano all’interno della società italiana. Ma cos’è un miracolo? È un evento che non può essere spiegato attraverso le leggi naturali o quelle della scienza, non c’è dubbio. Ma è anche un evento straordinario. Un esempio eccezionale di qualcosa, qualcosa come un uomo che viene allontanato da casa con la forza e che rema lungo un canale, o che si sporge da una scaletta, che si muove lungo la sua giornata senza mai dimenticare il desiderio e la voglia di essere libero.